Lo stesso testo, due modi di studiarlo
Nel 2006 due ricercatori hanno dato a degli studenti un brano di prosa da leggere. Poi li hanno divisi: una parte lo rileggeva, l’altra doveva provare a ricordarlo per iscritto — senza che nessuno le dicesse se aveva ricordato bene. Nessun aiuto, nessuna correzione: solo lo sforzo di tirare fuori quello che c’era.
La prova vera arriva dopo. Dopo cinque minuti, dopo due giorni, o dopo una settimana.
A cinque minuti vince la rilettura. Chi aveva riletto ricorda di più, ed è il risultato che ci aspetteremmo tutti: ha guardato il testo più volte, è naturale.
A due giorni e a una settimana il risultato si rovescia, e in modo sostanzioso. Chi si era sforzato di ricordare, senza sapere se ci stava riuscendo, ricorda molto di più di chi aveva riletto.
C’è però una terza cosa nello studio, ed è quella che rende il resto utile invece che curioso. Rileggere aumentava la fiducia degli studenti nella propria capacità di ricordare. Nel secondo esperimento chi aveva solo riletto prevedeva di ricordare meglio degli altri — e ricordava meno.
Il disegno qui sopra è il verso del risultato, non la misura: le percentuali esatte di quello studio stanno solo dentro le figure dell’articolo, e non le riporto perché non le ho potute leggere una per una. Quello che è verificato, e che basta, è che le due righe si scambiano di posto — e che la sicurezza sta dalla parte sbagliata.
Questa è una cosa che il sito ha già detto sulle macchine, in Uso consapevole 03: la scorrevolezza di una risposta non dice niente sulla sua correttezza. Vale identica per noi. La sensazione di aver capito è prodotta dalla facilità, non dall’apprendimento, e le due cose viaggiano separate.
Ma non tutta la fatica insegna
Qui va messo il freno, perché «la fatica fa bene» è il tipo di frase che diventa subito una morale, e come morale è falsa.
Nel 2003 un gruppo di ricercatori ha raccolto le prove di un fenomeno che chiamano inversione da competenza. Molti accorgimenti che aiutano davvero chi impara, scrivono, valgono solo per chi ha esperienza molto limitata: con l’esperienza quegli effetti «possono prima sparire e poi invertirsi», al punto che se un metodo è superiore a un altro con i principianti, con l’aumentare della competenza può diventare inferiore.
L’esempio è concreto e vale più di ogni spiegazione. Apprendisti elettricisti alle prime armi capivano gli schemi dei circuiti solo se le spiegazioni erano scritte dentro il disegno: con il solo schema non li capivano affatto. Gli apprendisti più esperti andavano significativamente meglio con il solo schema, e dichiaravano di far meno fatica. Per loro le stesse spiegazioni non erano un aiuto: erano ingombro da scavalcare.
Quindi la fatica che insegna non è la fatica in generale. È quella che riesci a reggere, in un punto in cui hai già abbastanza per farlo. Sotto quella soglia, vedersi mostrare la strada non è una scorciatoia: è l’unica cosa che funziona.
Che cosa c’entra tutto questo con l’AI
Nessuno dei due studi parla di intelligenza artificiale. Sono del 2006 e del 2003, e questi strumenti nella forma attuale non esistevano. Il trasporto che faccio adesso è mio, e lo dichiaro come tale: prendo un risultato su come impariamo e lo porto su una situazione che nessuno ha ancora misurato così.
Detto questo, la sovrapposizione è difficile da ignorare. La fatica che uno strumento del genere toglie più spesso è esattamente quella di tirare fuori le cose da soli — cercare la parola, ricostruire l’argomento, provare la prima stesura. È la fatica del gruppo che ricordava di più.
E la toglie in un modo che assomiglia in maniera imbarazzante alla rilettura: il risultato è davanti a te, è ordinato, lo riconosci come giusto, e la sensazione è di aver capito. Quella sensazione, nello studio del 2006, è precisamente il segnale che non funzionava.
Ma vale anche l’altra metà, ed è la parte che di solito non viene detta. Su un campo in cui sei principiante, farsi mostrare la cosa fatta è la mossa giusta, non la pigra: è il risultato del 2003. Chi non ha mai visto un contratto, un bilancio o una riga di codice non impara di più sbattendoci contro da solo.
La domanda che uso, che non è «devo usarlo o no»
La domanda utile non è se usare lo strumento. È: la fatica che mi sta togliendo, stava insegnando qualcosa? E se sì, a chi doveva insegnarlo.
Uno. Distingui i campi in cui devi diventare bravo. Sono pochi, e li sai. Lì l’ordine conta: prima ci provi, poi confronti. Non è disciplina morale, è la differenza fra il gruppo che ricordava e quello che era solo più sicuro. In tutti gli altri campi — e sono la maggioranza — non imparare è gratis, e delegare è semplicemente la cosa giusta.
Due. Se sei all’inizio, chiedi la cosa fatta e chiedi anche perché è fatta così. A quel punto non stai saltando un passaggio: stai usando l’unico metodo che a quel livello è stato misurato funzionare meglio. Il passaggio da saltare arriva dopo, quando l’aiuto comincia a essere ingombro — e ti accorgerai che è arrivato perché ti verrà voglia di scavalcarlo.
Tre. Non usare la sensazione di aver capito come misura. È il punto su cui entrambi gli studi sono d’accordo, da direzioni opposte: nel primo la sicurezza cresce mentre la memoria cala, nel secondo chi era più avanti dichiarava meno sforzo proprio dove imparava di più. Se vuoi sapere se hai imparato, l’unica prova è provare a rifarlo senza guardare — che è, alla lettera, l’esperimento del 2006 fatto su di te.